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«una Chiesa tra le case»

Pubblichiamo il testo del commento al Vangelo di Giovanni (Gv 15, 1-17) curato dalla Pastora della Chiesa Valdese, durante la Preghiera Ecumenica di lunedì 25.

PreghieraEcumneica2020Care sorelle e cari fratelli in Cristo,
L’immagine della vite e dei tralci è una delle più belle del Nuovo Testamento per parlare della comunità cristiana e del rapporto tra i credenti, i discepoli e Gesù. Ognuno di noi è un chicco d’uva, in un tralcio che ha origine nella vite che è Gesù.
Per fare un buon vino servono dei chicchi d’uva maturi, buoni, e per diventare maturi e buoni l’evangelista Giovanni ci indica una via del discepolato precisa a cui tutti noi siamo invitati.
Per imparare ad essere fedeli a Gesù Cristo bisogna restare saldi alla vite, cioè a Gesù e per farlo Giovanni ci invita a perseverare e ad allenarci nell’amore con cui ci ha amato Gesù.
Si tratta du un tipo di amore particolare, un amore che non passa per la conoscenza, anzi, è un amore che accade ancora prima che ci conosciamo, è un amore incondizionato e disinteressato, che non ha bisogno della conoscenza, e neppure di essere corrisposto.
Per dare frutto dobbiamo imparare ad essere dei discepoli, non lo siamo solo per il nome di Cristo che un giorno si è aggiunto alla nostra identità, per il battesimo che abbiamo ricevuto, per la fede che ci è stata trasmessa. Per portare frutto dobbiamo maturare, e per maturare possiamo solo provare ad allenarci in quel sentimento d’amore che è molto particolare e questo non è un compito facile. Sarebbe tutto più semplice se si trattasse di rimanere in un amore che ci rende felici, spensierati, di abitare una relazione soddisfacente con Gesù, in cui tutto si realizza, in cui non ci manca nulla e le nostre richieste sono esaudite. Invece ci viene chiesto di restare saldi alla vite anche quando ci sentiamo dei chicchi acerbi, quando guardiamo i chicchi vicini a noi e ci sembrano cattivi, quando tutto vorremmo tranne che portare frutto, un po’ di spensieratezza, tranquillità, soldi, soddisfazioni. Niente di tutto questo, rimanere in Cristo significa voler restare, prendere la residenza, sentirsi a casa in mezzo a persone che non conosciamo, di cui sappiamo poco o niente, che sembrano molto diverse da me e che non mi rassicurano affatto. Abitare in Cristo significa abitare una casa sempre aperta e accogliente, in cui non c’è paura della diversità, in cui c’è curiosità e attesa dell’incontro. Abitare in Gesù significa testimoniare quell’amore del tutto particolare che Gesù ci ha mostrato nei suoi tanti incontri che i vangeli ci raccontano, con la donna siro-fenicia, con la donna che ha perdite di sangue da 12 anni, con Matteo al banco delle imposte, con Lazzaro, con i pagani e i peccatori che erano ai margini della società dell’epoca che esprimere l’amore di Dio significa amare l’estraneo, lo sconosciuto e vivere senza paura. Questo testo oggi ci parla in modo nuovo, ci invita a guardarci dentro e a scoprire che possiamo stare aggrappati alla vite tutti e tutte insieme, non perché siamo dei chicchi perfetti e pregiati, ma perché siamo dei chicchi che hanno le potenzialità, le capacità di produrre insieme un buon vino, siamo dei chicchi pieni di risorse per testimoniare insieme quell’amore di Dio che abbiamo conosciuto in Gesù Cristo e che ci spinge a non sentirci assalire e sopraffare dalla paura e a vivere insieme a persone diverse, non perché diventino un po’ più uguali a noi, ma perché da chicchi diversi il vino è migliore, si sa.

Il compito di amare senza condizioni, senza studiare il nostro prossimo, senza potercelo scegliere e neppure capirlo, poter cioè empatizzare con lui o con lei, scoprendo cosa abbiamo in comune, cosa invece ci differenzia, senza porre alcun giudizio è un compito che ci mette a dura prova, ci mette di fronte tutta la nostra inadeguatezza, e incapacità. In questi mesi abbiamo dovuto imparare a vivere con la mascherina addosso e non vediamo più il sorriso di chi abbiamo davanti, l’espressione dell’altro a volte ci sembra triste e vuota pur non essendola perché fatichiamo a riconoscerne i tratti somatici, siamo sempre un po’ affrettati e approssimativi e questo ci fa sentire anche un po’ disumani a volte. Ecco, che amare senza poter riconoscere i tratti del mio prossimo, senza poter empatizzare significa amare senza vedersi accolti e ricambiate, e questo rappresenta tutta la fatica del nostro essere cristiani e del nostro credere: essere cristiani ci mette in comunione gli uni con le altre, ci mette in una comunità di persone che hanno qualcosa in comune a me e molte cose diverse da me, ci inserisce in un plurale collettivo in cui ognuno ha il suo posto e le porte restano sempre aperte.

La comunità ecumenica di Grandchamp in Svizzera, una sorta di Tazé al femminile, in cui vivono 50 donne di età diverse, di diverse confessioni di fede cristiane, ci ha invitato a riflettere, a partire da questa immagine dell’abitare nell’amore di Dio per portare molto frutto a Gesù, sul nostro discepolato, perché anche nel cammino ecumenico tra chiese di confessioni diverse ci si possa riconoscere tutti e tutte tralci della stessa vite, ci si possa sentire tutti e tutte a casa nonostante si appartenga anche a luoghi di origine diversi, a confessioni di fede diverse.
Se ognuno di noi si può impegnare ad essere un chicco molto fruttuoso, la sfida che abbiamo davanti, a cui ci invita l’evangelista Giovanni è una sfida plurale e comunitaria: In che modo possiamo portare buon frutto insieme?
Cercando di amarci gli uni le altre di quell’amore puro, che non ci chiede conto e spiegazioni del nostro essere impacciati, imperfetti, indaffarati e distratti, ma che ci muove verso il nostro prossimo indipendentemente da quanto questo ci possa fare paura o incuriosire. Amare l’altro, l’altra significa anche volerlo incontrare ancora, volerlo conoscere ed è quello che succede anche a noi oggi che iniziamo un percorso di incontro, di conoscenza reciproca tra chiese cristiane che stanno in uno stesso territorio del comune di Torino, per poter insieme testimoniare l’amore con cui in Gesù, Dio ci ha dato una casa, per dirci insieme che non abbiamo paura di chi è diverso da noi, anzi siamo curiosi di conoscerci.

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